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<rss version="2.0" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"><channel><title>Indagini</title><link></link><description>Indagini</description><generator>rfeed v1.1.1</generator><docs>https://github.com/svpino/rfeed/blob/master/README.md</docs><image><url>https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2023/05/19/1684474530-indagini-wide.jpg-copia.jpg</url><title>Indagini</title><link>https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2023/05/19/1684474530-indagini-wide.jpg-copia.jpg</link></image><item><title>Policoro (Matera) &amp;#8211; 23 marzo 1988 &amp;#8211; Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/policoro-matera-23-marzo-1988-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Marirosa Andreotta e Luca Orioli, due ragazzi poco più che ventenni, furono trovati morti nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1988. Erano a casa di Marirosa, a Policoro, in provincia di Matera. Fu la madre di lei a trovarli. Erano in bagno, lei nella vasca, lui sul pavimento, entrambi nudi.&lt;br /&gt;
La morte fu attribuita a elettrocuzione, cioè una scossa elettrica partita da un termoventilatore. Morte accidentale, scrissero i carabinieri. Non ci fu autopsia e l’esame sui corpi fu superficiale e frettoloso, praticamente non fu fatto.&lt;br /&gt;
Emerse da subito una stranezza: il termoventilatore, quando furono trovati i corpi, era ancora in funzione, non c’era stato nessun blackout.&lt;br /&gt;
Fu fatta, dopo la richiesta della famiglia, una nuova perizia che attribuì la causa della morte a una presa a muro con fili scoperti ma si scoprì poi che i risultati di quella perizia erano stati falsificati da chi l’aveva eseguita.&lt;br /&gt;
Da allora, si scoprirono altre cose strane: i corpi erano stati probabilmente spostati, la ragazza aveva una ferita lacero-contusa alla nuca che i carabinieri non avevano menzionato nel verbale mentre un testicolo del ragazzo era visibilmente ingrossato. Sei anni dopo si scoprì che le fotografie allegate al fascicolo presentavano immagini della scena molto diverse da quelle ricordate dai testimoni che per primi erano arrivati a casa degli Andreotta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I dubbi e la scoperta di incongruenze continuarono negli anni. I corpi vennero riesumati due volte e due autopsie diedero risultati molto differenti. La conclusione della prima fu che i due ragazzi erano stati probabilmente colpiti e annegati; la seconda tornò sulla morte accidentale, questa volta per avvelenamento da monossido di carbonio. L’indagine sulla morte dei due ragazzi entrò poi in una grande inchiesta, denominata Toghe lucane, condotta dall’allora sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris. L’ipotesi fatta dal magistrato fu che Marirosa Andreotta e Luca Orioli avessero visto o scoperto qualcosa che non dovevano sapere.&lt;br /&gt;
Ci sono stati nel tempo vari tentativi di riapertura delle indagini che si sono conclusi però sempre con archiviazioni.&lt;br /&gt;
La vicenda dei due ragazzi di Policoro è una storia strana, piena di dubbi e domande senza risposte, ipotesi e sospetti. È una storia lunga 38 anni e che continua ancora oggi.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/07/31/1785493363-indagini_260801_pt1_v3_-14lufs.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/policoro-matera-23-marzo-1988-prima-parte</guid></item><item><title>Policoro (Matera) &amp;#8211; 23 marzo 1988 &amp;#8211; Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/policoro-matera-23-marzo-1988-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Marirosa Andreotta e Luca Orioli, due ragazzi poco più che ventenni, furono trovati morti nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1988. Erano a casa di Marirosa, a Policoro, in provincia di Matera. Fu la madre di lei a trovarli. Erano in bagno, lei nella vasca, lui sul pavimento, entrambi nudi.&lt;br /&gt;
La morte fu attribuita a elettrocuzione, cioè una scossa elettrica partita da un termoventilatore. Morte accidentale, scrissero i carabinieri. Non ci fu autopsia e l’esame sui corpi fu superficiale e frettoloso, praticamente non fu fatto.&lt;br /&gt;
Emerse da subito una stranezza: il termoventilatore, quando furono trovati i corpi, era ancora in funzione, non c’era stato nessun blackout.&lt;br /&gt;
Fu fatta, dopo la richiesta della famiglia, una nuova perizia che attribuì la causa della morte a una presa a muro con fili scoperti ma si scoprì poi che i risultati di quella perizia erano stati falsificati da chi l’aveva eseguita.&lt;br /&gt;
Da allora, si scoprirono altre cose strane: i corpi erano stati probabilmente spostati, la ragazza aveva una ferita lacero-contusa alla nuca che i carabinieri non avevano menzionato nel verbale mentre un testicolo del ragazzo era visibilmente ingrossato. Sei anni dopo si scoprì che le fotografie allegate al fascicolo presentavano immagini della scena molto diverse da quelle ricordate dai testimoni che per primi erano arrivati a casa degli Andreotta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I dubbi e la scoperta di incongruenze continuarono negli anni. I corpi vennero riesumati due volte e due autopsie diedero risultati molto differenti. La conclusione della prima fu che i due ragazzi erano stati probabilmente colpiti e annegati; la seconda tornò sulla morte accidentale, questa volta per avvelenamento da monossido di carbonio. L’indagine sulla morte dei due ragazzi entrò poi in una grande inchiesta, denominata Toghe lucane, condotta dall’allora sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris. L’ipotesi fatta dal magistrato fu che Marirosa Andreotta e Luca Orioli avessero visto o scoperto qualcosa che non dovevano sapere.&lt;br /&gt;
Ci sono stati nel tempo vari tentativi di riapertura delle indagini che si sono conclusi però sempre con archiviazioni.&lt;br /&gt;
La vicenda dei due ragazzi di Policoro è una storia strana, piena di dubbi e domande senza risposte, ipotesi e sospetti. È una storia lunga 38 anni e che continua ancora oggi.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/07/31/1785493459-indagini_260801_pt2_v4_-14lufs.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/policoro-matera-23-marzo-1988-seconda-parte</guid></item><item><title>Roma – 4 marzo 2016 – Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/roma-4-marzo-2016-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Il 4 marzo 2016 a Roma, in via Igino Giordani, un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, fu assassinato da due persone più grandi di qualche anno: Manuel Foffo e Marco Prato.&lt;br /&gt;
Non fu solo un omicidio: Luca Varani fu torturato, colpito più di 100 volte con un martello e due coltelli. Ci fu, da parte degli assassini, ferocia e crudeltà verso una persona che non conoscevano, nel caso di Foffo, o conoscevano solo superficialmente, nel caso di Prato. Dissero che l’avevano fatto per capire che cosa si prova a fare del male a qualcuno. Appena due giorni dopo il delitto, nella puntata di una trasmissione televisiva, furono resi noti i verbali d’interrogatorio di uno dei due arrestati quando l’altro doveva essere ancora interrogato. E questo rappresentò un evidente danno per l’indagine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di quel delitto si discusse a lungo, alla ricerca di spiegazioni. Fu quasi rassicurante pensare che i due avessero agito sotto l’effetto di grandi quantità di cocaina e alcol. Ma i giudici del processo esclusero, in base alle perizie, l’incapacità di intendere e di volere. Luca Varani fu raccontato secondo stereotipi e luoghi comuni e così i suoi assassini con rappresentazioni che mischiarono tutto, rendendo quasi indistinguibili le azioni di vittima e assassini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A distanza di tempo è possibile riordinare i fatti tentando di andare all’origine di quel delitto, analizzando anche come la giustizia affrontò una storia così violenta e apparentemente senza motivazioni. Se è vero che fu un caso senza un movente materiale e concreto, è anche vero che un movente c’è sempre e in questo caso, come in altri, risiede nella psicologia di chi commise il delitto.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/06/30/1782834127-Indagini-Varani-PT1-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/roma-4-marzo-2016-prima-parte</guid></item><item><title>Roma – 4 marzo 2016 – Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/roma-4-marzo-2016-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Il 4 marzo 2016 a Roma, in via Igino Giordani, un ragazzo di 23 anni, Luca Varani, fu assassinato da due persone più grandi di qualche anno: Manuel Foffo e Marco Prato.&lt;br /&gt;
Non fu solo un omicidio: Luca Varani fu torturato, colpito più di 100 volte con un martello e due coltelli. Ci fu, da parte degli assassini, ferocia e crudeltà verso una persona che non conoscevano, nel caso di Foffo, o conoscevano solo superficialmente, nel caso di Prato. Dissero che l’avevano fatto per capire che cosa si prova a fare del male a qualcuno. Appena due giorni dopo il delitto, nella puntata di una trasmissione televisiva, furono resi noti i verbali d’interrogatorio di uno dei due arrestati quando l’altro doveva essere ancora interrogato. E questo rappresentò un evidente danno per l’indagine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di quel delitto si discusse a lungo, alla ricerca di spiegazioni. Fu quasi rassicurante pensare che i due avessero agito sotto l’effetto di grandi quantità di cocaina e alcol. Ma i giudici del processo esclusero, in base alle perizie, l’incapacità di intendere e di volere. Luca Varani fu raccontato secondo stereotipi e luoghi comuni e così i suoi assassini con rappresentazioni che mischiarono tutto, rendendo quasi indistinguibili le azioni di vittima e assassini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A distanza di tempo è possibile riordinare i fatti tentando di andare all’origine di quel delitto, analizzando anche come la giustizia affrontò una storia così violenta e apparentemente senza motivazioni. Se è vero che fu un caso senza un movente materiale e concreto, è anche vero che un movente c’è sempre e in questo caso, come in altri, risiede nella psicologia di chi commise il delitto.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/06/30/1782830888-Indagini-Varani-PT2-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/roma-4-marzo-2016-seconda-parte</guid></item><item><title>Torino – 8 maggio 1996 – Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/torino-8-maggio-1996-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Marina Di Modica, 39 anni, scomparve, a Torino l’8 maggio 1996. Era uscita dall’ufficio poco prima delle 17, si era fermata in due negozi a fare acquisti, era rientrata a casa e poi era uscita nuovamente, prima di cena. Da quel momento di lei non si è più saputo nulla.&lt;br /&gt;
In casa era tutto in ordine, mancava però una cosa: una scatola contenente francobolli che la donna aveva trovato in solaio a casa della madre durante un trasloco. Sulla sua agenda, proprio alla data 8 maggio, c’era un appunto: «B. Cena Paolo x F.Bolli».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quell’appunto condusse prima la famiglia poi gli investigatori a una famosa azienda filatelica, la Bolaffi, e poi a un nome. Le indagini però dopo pochi mesi si fermarono. Vennero riprese cinque anni più tardi, dopo altri quattro anni si arrivò a un processo. La vicenda giudiziaria si chiuse solo nel 2011, 15 anni dopo la scomparsa della donna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia della scomparsa di Marina Di Modica è una storia intricata che ruota proprio attorno a quella scatola di francobolli. Ma c’entra anche il passato della persona che fu poi accusata di omicidio e processata. E ancora, alcune radiografie, la strana prenotazione per una visita, una cabina telefonica. E soprattutto la scomparsa di un’altra donna, Camilla Bini, avvenuta sette anni prima di quella di Marina Di Modica. Quella donna, per la cui sparizione le indagini furono frettolose e superficiali, lavorava proprio alla Bolaffi.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/05/31/1780211294-Indagini-Di-Modica-PT1-V2-14LUFS.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/torino-8-maggio-1996-prima-parte</guid></item><item><title>Torino – 8 maggio 1996 – Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/torino-8-maggio-1996-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Marina Di Modica, 39 anni, scomparve, a Torino l’8 maggio 1996. Era uscita dall’ufficio poco prima delle 17, si era fermata in due negozi a fare acquisti, era rientrata a casa e poi era uscita nuovamente, prima di cena. Da quel momento di lei non si è più saputo nulla.&lt;br /&gt;
In casa era tutto in ordine, mancava però una cosa: una scatola contenente francobolli che la donna aveva trovato in solaio a casa della madre durante un trasloco. Sulla sua agenda, proprio alla data 8 maggio, c’era un appunto: «B. Cena Paolo x F.Bolli».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quell’appunto condusse prima la famiglia poi gli investigatori a una famosa azienda filatelica, la Bolaffi, e poi a un nome. Le indagini però dopo pochi mesi si fermarono. Vennero riprese cinque anni più tardi, dopo altri quattro anni si arrivò a un processo. La vicenda giudiziaria si chiuse solo nel 2011, 15 anni dopo la scomparsa della donna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia della scomparsa di Marina Di Modica è una storia intricata che ruota proprio attorno a quella scatola di francobolli. Ma c’entra anche il passato della persona che fu poi accusata di omicidio e processata. E ancora, alcune radiografie, la strana prenotazione per una visita, una cabina telefonica. E soprattutto la scomparsa di un’altra donna, Camilla Bini, avvenuta sette anni prima di quella di Marina Di Modica. Quella donna, per la cui sparizione le indagini furono frettolose e superficiali, lavorava proprio alla Bolaffi.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/05/31/1780210959-Indagini-Di-Modica-PT2-V2-14LUFS.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/torino-8-maggio-1996-seconda-parte</guid></item><item><title>Castelluccio dei Sauri (Foggia) – 14 marzo 1998 – Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/castelluccio-dei-sauri-foggia-14-marzo-1998-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Il 15 marzo 1998, due ragazze diciottenni furono registrate in una stanza della procura di Foggia mentre parlavano della morte di una loro amica, coetanea. Quella morte era stata considerata, inizialmente, un suicidio. C’era anche una lettera d’addio, scritta a macchina. Fu da quei dialoghi intercettati in procura che gli inquirenti ebbero la conferma di ciò che già sospettavano. Nadia Roccia, questo il nome della ragazza, era stata uccisa e poi, in maniera ingenua e inverosimile, era stato simulato il suo suicidio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A essere accusate, processate e condannate furono le sue due amiche: Anna Maria Botticelli e Maria Filomena Sica, che tutti chiamano Mariena. Confessarono, ma indicarono moventi assurdi, poco credibili. Si parlò, in quella indagine, di promesse mancate, di gelosie, di sogni in cui appariva il fantasma del padre di una delle due autrici del delitto. Non mancò la pista satanica. Un consulente criminologo parlò di follia a due, una rara sindrome psichiatrica, difficile da diagnosticare. E poi, anche al processo, di omosessualità latente, di innamoramenti segreti e non corrisposti. L’attenzione mediatica fu costante, il video dell’esperimento giudiziale in cui le due ragazze ricostruivano le fasi dell’omicidio finì nelle mani dei giornalisti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I processi ebbero poi un andamento ondivago nella determinazione della pena e si conclusero con un patteggiamento.&lt;br /&gt;
A distanza di 28 anni, il movente dell’omicidio non è mai stato chiarito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilpost.it/shop/dieci-lezioni/dieci-lezioni-sui-podcast-3/"&gt;Iscriviti alle Dieci lezioni sui podcast&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/04/30/1777554687-Indagini-Foggia-PT1-V3.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/castelluccio-dei-sauri-foggia-14-marzo-1998-prima-parte</guid></item><item><title>Castelluccio dei Sauri (Foggia) – 14 marzo 1998 – Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/castelluccio-dei-sauri-foggia-14-marzo-1998-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Il 15 marzo 1998, due ragazze diciottenni furono registrate in una stanza della procura di Foggia mentre parlavano della morte di una loro amica, coetanea. Quella morte era stata considerata, inizialmente, un suicidio. C’era anche una lettera d’addio, scritta a macchina. Fu da quei dialoghi intercettati in procura che gli inquirenti ebbero la conferma di ciò che già sospettavano. Nadia Roccia, questo il nome della ragazza, era stata uccisa e poi, in maniera ingenua e inverosimile, era stato simulato il suo suicidio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A essere accusate, processate e condannate furono le sue due amiche: Anna Maria Botticelli e Maria Filomena Sica, che tutti chiamano Mariena. Confessarono, ma indicarono moventi assurdi, poco credibili. Si parlò, in quella indagine, di promesse mancate, di gelosie, di sogni in cui appariva il fantasma del padre di una delle due autrici del delitto. Non mancò la pista satanica. Un consulente criminologo parlò di follia a due, una rara sindrome psichiatrica, difficile da diagnosticare. E poi, anche al processo, di omosessualità latente, di innamoramenti segreti e non corrisposti. L’attenzione mediatica fu costante, il video dell’esperimento giudiziale in cui le due ragazze ricostruivano le fasi dell’omicidio finì nelle mani dei giornalisti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I processi ebbero poi un andamento ondivago nella determinazione della pena e si conclusero con un patteggiamento.&lt;br /&gt;
A distanza di 28 anni, il movente dell’omicidio non è mai stato chiarito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilpost.it/shop/dieci-lezioni/dieci-lezioni-sui-podcast-3/"&gt;Iscriviti alle Dieci lezioni sui podcast&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/04/30/1777562655-Indagini-Foggia-PT2-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/castelluccio-dei-sauri-foggia-14-marzo-1998-seconda-parte</guid></item><item><title>Isola di Cavallo (Corsica) – 17-18 agosto 1978 – Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/isola-di-cavallo-corsica-17-18-agosto-1978-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 1978 davanti all’isola di Cavallo, al largo della Corsica, un colpo di fucile colpì all’inguine un ragazzo di 19 anni che stava dormendo su una barca. Quel ragazzo si chiamava Dirk Hamer, era tedesco. Morì 111 giorni dopo in seguito alla ferita, dopo aver subito l’amputazione della gamba andata in cancrena.&lt;br /&gt;
A sparare quel colpo, con un fucile semiautomatico da guerra, era stato un italiano molto famoso: il principe Vittorio Emanuele, discendente dei Savoia, pretendente al trono d’Italia. Lui stesso ammise, subito dopo il fatto, di aver sparato quella notte due colpi, durante una lite con un ragazzo italiano. Disse di essere molto dispiaciuto per ciò che era accaduto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi, con il tempo, cambiò versione, affermò che qualcun altro aveva sparato e che, anzi, lui era il reale bersaglio di quei colpi.&lt;br /&gt;
Vittorio Emanuele fu processato a Parigi e venne assolto e quell’assoluzione resta il grande mistero di questa storia.&lt;br /&gt;
Poi, anni più tardi, in cella per un’altra vicenda, Vittorio Emanuele tornò a parlare di quella notte, non sapendo di essere registrato. Ammise nuovamente di essere stato lui a sparare e a colpire Dirk Hamer. Disse, riferendosi al processo: «Li ho fregati».&lt;br /&gt;
Ma la storia di quella notte ebbe anche altre conseguenze indirette. Il padre di Dirk Hamer, dopo la morte del figlio, sviluppò una nuova pseudoterapia contro i tumori e le malattie gravi. Chiamò il suo metodo “nuova medicina germanica” sostenendo che ogni malattia derivava in realtà da un trauma psichico e che si potesse guarire senza cure farmacologiche ma solo superando quel trauma.&lt;br /&gt;
Chiamò il trauma psichico alla base di ogni malattia la “Sindrome Dirk Hamer”.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/03/31/1774962833-Indagini-Dirk-Hamer-PT1-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/isola-di-cavallo-corsica-17-18-agosto-1978-prima-parte</guid></item><item><title>Isola di Cavallo (Corsica) – 17-18 agosto 1978 – Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/isola-di-cavallo-corsica-17-18-agosto-1978-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 1978 davanti all’isola di Cavallo, al largo della Corsica, un colpo di fucile colpì all’inguine un ragazzo di 19 anni che stava dormendo su una barca. Quel ragazzo si chiamava Dirk Hamer, era tedesco. Morì 111 giorni dopo in seguito alla ferita, dopo aver subito l’amputazione della gamba andata in cancrena.&lt;br /&gt;
A sparare quel colpo, con un fucile semiautomatico da guerra, era stato un italiano molto famoso: il principe Vittorio Emanuele, discendente dei Savoia, pretendente al trono d’Italia. Lui stesso ammise, subito dopo il fatto, di aver sparato quella notte due colpi, durante una lite con un ragazzo italiano. Disse di essere molto dispiaciuto per ciò che era accaduto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi, con il tempo, cambiò versione, affermò che qualcun altro aveva sparato e che, anzi, lui era il reale bersaglio di quei colpi.&lt;br /&gt;
Vittorio Emanuele fu processato a Parigi e venne assolto e quell’assoluzione resta il grande mistero di questa storia.&lt;br /&gt;
Poi, anni più tardi, in cella per un’altra vicenda, Vittorio Emanuele tornò a parlare di quella notte, non sapendo di essere registrato. Ammise nuovamente di essere stato lui a sparare e a colpire Dirk Hamer. Disse, riferendosi al processo: «Li ho fregati».&lt;br /&gt;
Ma la storia di quella notte ebbe anche altre conseguenze indirette. Il padre di Dirk Hamer, dopo la morte del figlio, sviluppò una nuova pseudoterapia contro i tumori e le malattie gravi. Chiamò il suo metodo “nuova medicina germanica” sostenendo che ogni malattia derivava in realtà da un trauma psichico e che si potesse guarire senza cure farmacologiche ma solo superando quel trauma.&lt;br /&gt;
Chiamò il trauma psichico alla base di ogni malattia la “Sindrome Dirk Hamer”.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/04/03/1775215844-Indagini-Dirk-Hamer-PT2-V3.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/isola-di-cavallo-corsica-17-18-agosto-1978-seconda-parte</guid></item><item><title>Linköping, 1995 – Imperia, 2024 – Prima Parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/linkoping-1995-imperia-2024-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Sargonia Dankha, una ragazza ventenne di origine irachena, scomparve a Linköping, nel sud della Svezia, il 13 novembre del 1995.&lt;br /&gt;
Fu sospettato un uomo italiano, Salvatore Aldobrandi, allora 45 anni, che aveva avuto una relazione con la ragazza. Contro di lui la polizia svedese raccolse molti indizi, tra cui tracce di sangue di Dankha nel suo appartamento e sull’auto che aveva usato il giorno della scomparsa. Molti testimoni raccontarono di episodi di violenza, verbale ma anche fisica, di possessività estrema, di controllo continuo e ossessivo della ragazza da parte dell’uomo che non aveva mai accettato la fine del loro rapporto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Aldobrandi venne arrestato e rilasciato due mesi dopo. Rimase indagato ma contro di lui non venne mai formulata un’accusa formale.&lt;br /&gt;
Il corpo della ragazza non si trovava e in Svezia era considerato impossibile un processo senza la prova che fosse avvenuto un omicidio.&lt;br /&gt;
Aldobrandi lasciò la Svezia e tornò a vivere in Italia, a Sanremo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ventisette anni dopo, attraverso avvocati italiani, la famiglia di Sargonia Dankha si è rivolta alla procura di Imperia che ha aperto un fascicolo di indagine.&lt;br /&gt;
È stato un caso raro, se non unico: un italiano processato in Italia per un delitto commesso in un altro paese. E soprattutto giudicato basandosi anche su testimonianze, analisi scientifiche, ricostruzioni, esame dei tabulati telefonici, interrogatori, condotti in Svezia: quindi sui risultati di un’indagine effettuata, molti anni prima, dalla polizia di Linköping.&lt;br /&gt;
Salvatore Aldobrandi è stato condannato all’ergastolo per omicidio con l’aggravante dei motivi abbietti. I suoi difensori hanno presentato appello mettendo prima di tutto in dubbio proprio la validità in Italia di prove acquisite dalla polizia di un altro paese.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/02/28/1772291777-Indagini-Svezia-PT1-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/linkoping-1995-imperia-2024-prima-parte</guid></item><item><title>Linköping, 1995 – Imperia, 2024 – Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/linkoping-1995-imperia-2024-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Sargonia Dankha, una ragazza ventenne di origine irachena, scomparve a Linköping, nel sud della Svezia, il 13 novembre del 1995.&lt;br /&gt;
Fu sospettato un uomo italiano, Salvatore Aldobrandi, allora 45 anni, che aveva avuto una relazione con la ragazza. Contro di lui la polizia svedese raccolse molti indizi, tra cui tracce di sangue di Dankha nel suo appartamento e sull’auto che aveva usato il giorno della scomparsa. Molti testimoni raccontarono di episodi di violenza, verbale ma anche fisica, di possessività estrema, di controllo continuo e ossessivo della ragazza da parte dell’uomo che non aveva mai accettato la fine del loro rapporto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Aldobrandi venne arrestato e rilasciato due mesi dopo. Rimase indagato ma contro di lui non venne mai formulata un’accusa formale.&lt;br /&gt;
Il corpo della ragazza non si trovava e in Svezia era considerato impossibile un processo senza la prova che fosse avvenuto un omicidio.&lt;br /&gt;
Aldobrandi lasciò la Svezia e tornò a vivere in Italia, a Sanremo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ventisette anni dopo, attraverso avvocati italiani, la famiglia di Sargonia Dankha si è rivolta alla procura di Imperia che ha aperto un fascicolo di indagine.&lt;br /&gt;
È stato un caso raro, se non unico: un italiano processato in Italia per un delitto commesso in un altro paese. E soprattutto giudicato basandosi anche su testimonianze, analisi scientifiche, ricostruzioni, esame dei tabulati telefonici, interrogatori, condotti in Svezia: quindi sui risultati di un’indagine effettuata, molti anni prima, dalla polizia di Linköping.&lt;br /&gt;
Salvatore Aldobrandi è stato condannato all’ergastolo per omicidio con l’aggravante dei motivi abbietti. I suoi difensori hanno presentato appello mettendo prima di tutto in dubbio proprio la validità in Italia di prove acquisite dalla polizia di un altro paese.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/02/28/1772291656-Indagini-Svezia-PT2-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/linkoping-1995-imperia-2024-seconda-parte</guid></item><item><title>Marcheno (Brescia) &amp;#8211; 8 ottobre 2015 &amp;#8211; Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/macherio-brescia-8-ottobre-2015-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Il 27 aprile 2022 il corpo di un maialino i 13 chili fu inserito nel forno fusorio di una fonderia di Provaglio d’Iseo, nel bresciano.&lt;br /&gt;
Si trattava di un esperimento giudiziario in scala: lo scopo era capire che cosa accade a un corpo sottoposto a una temperatura di 900 gradi. L’esperimento era stato ordinato dal presidente della Corte d’assise del tribunale di Brescia che in quei giorni stava processando un uomo accusato di aver ucciso lo zio e di averne distrutto il corpo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mario Bozzoli era scomparso l’8 ottobre 2015 alla fine di una giornata di lavoro nello stabilimento di cui era comproprietario insieme al fratello, a Marcheno. Una settimana dopo anche un operaio di quell’azienda era scomparso: il suo corpo era stato ritrovato pochi giorni dopo. L’autopsia stabilì che si era ucciso con una dose di veleno contenuta in un’esca per animali selvatici.&lt;br /&gt;
Le indagini sulla scomparsa di Mario Bozzoli erano state lunghe e complesse. Più di quattro anni dopo si era arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio per il nipote Giacomo, con cui l’uomo aveva avuto duri contrasti per motivi economici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’obiettivo finale dell’esperimento con il corpo del maialino era aiutare la giuria del processo a capire se il corpo fosse stato fatto scomparire all’interno del forno della sua azienda. La risposta dei periti incaricati dai giudici fu che sì, era possibile che Mario Bozzoli fosse stato gettato nel forno fusorio e che di lui fossero rimasti solo pochi resti poi fatti facilmente scomparire.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/01/31/1769849950-Indagini-Bozzoli-PT1-V3.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/macherio-brescia-8-ottobre-2015-prima-parte</guid></item><item><title>Marcheno (Brescia) &amp;#8211; 8 ottobre 2015 &amp;#8211; Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/macherio-brescia-8-ottobre-2015-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Il 27 aprile 2022 il corpo di un maialino i 13 chili fu inserito nel forno fusorio di una fonderia di Provaglio d’Iseo, nel bresciano.&lt;br /&gt;
Si trattava di un esperimento giudiziario in scala: lo scopo era capire che cosa accade a un corpo sottoposto a una temperatura di 900 gradi. L’esperimento era stato ordinato dal presidente della Corte d’assise del tribunale di Brescia che in quei giorni stava processando un uomo accusato di aver ucciso lo zio e di averne distrutto il corpo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mario Bozzoli era scomparso l’8 ottobre 2015 alla fine di una giornata di lavoro nello stabilimento di cui era comproprietario insieme al fratello, a Marcheno. Una settimana dopo anche un operaio di quell’azienda era scomparso: il suo corpo era stato ritrovato pochi giorni dopo. L’autopsia stabilì che si era ucciso con una dose di veleno contenuta in un’esca per animali selvatici.&lt;br /&gt;
Le indagini sulla scomparsa di Mario Bozzoli erano state lunghe e complesse. Più di quattro anni dopo si era arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio per il nipote Giacomo, con cui l’uomo aveva avuto duri contrasti per motivi economici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’obiettivo finale dell’esperimento con il corpo del maialino era aiutare la giuria del processo a capire se il corpo fosse stato fatto scomparire all’interno del forno della sua azienda. La risposta dei periti incaricati dai giudici fu che sì, era possibile che Mario Bozzoli fosse stato gettato nel forno fusorio e che di lui fossero rimasti solo pochi resti poi fatti facilmente scomparire.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2026/02/02/1770018493-Indagini-Bozzoli-PT2-V4.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/macherio-brescia-8-ottobre-2015-seconda-parte</guid></item><item><title>Rivara (Torino) – 13 gennaio 2016 &amp;#8211; Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/rivara-torino-13-gennaio-2016-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Gloria Rosboch, insegnante di 49 anni, scomparve nel primo pomeriggio del 13 gennaio 2016 dopo essere uscita dalla casa dove viveva con i genitori, a Castellamonte in provincia di Torino.&lt;br /&gt;
Il suo corpo venne ritrovato il 19 febbraio all’interno di un pozzo per lo smaltimento del percolato in una discarica a 14 chilometri di distanza, tra Rivara e Pertusio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gloria Rosboch era stata vittima di una truffa da parte di un suo ex allievo, Gabriele Defilippi, allora ventunenne, che l’aveva convinta a investire tutti i suoi risparmi, 187mila euro, in una società in realtà inesistente, promettendole una vita insieme, lontano dall’Italia. Quando la donna, dopo molti mesi, aveva scoperto di essere stata ingannata e aveva denunciato il ragazzo, lui aveva deciso di ucciderla. E l’aveva fatto con la complicità di un uomo, Roberto Obert, 53 anni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia dell’omicidio di Gloria Rosboch è la storia di una truffa organizzata con precisione e di un assassinio pianificato da Defilippi in modo da far ricadere l’intera colpa sul suo complice. Gabriele Defilippi, come emerse dalle indagini, aveva grandi capacità manipolatorie e le utilizzò per cercare complicità, crearsi appoggi e alibi. Altre persone vennero coinvolte. Fu un confronto all’americana tra i due indagati, Defilippi e Obert, a far emergere la verità su ciò che era accaduto.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2025/12/31/1767173210-Indagini-Rosboch-PT1-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/rivara-torino-13-gennaio-2016-prima-parte</guid></item><item><title>Rivara (Torino) – 13 gennaio 2016 &amp;#8211; Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/rivara-torino-13-gennaio-2016-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Gloria Rosboch, insegnante di 49 anni, scomparve nel primo pomeriggio del 13 gennaio 2016 dopo essere uscita dalla casa dove viveva con i genitori, a Castellamonte in provincia di Torino.&lt;br /&gt;
Il suo corpo venne ritrovato il 19 febbraio all’interno di un pozzo per lo smaltimento del percolato in una discarica a 14 chilometri di distanza, tra Rivara e Pertusio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gloria Rosboch era stata vittima di una truffa da parte di un suo ex allievo, Gabriele Defilippi, allora ventunenne, che l’aveva convinta a investire tutti i suoi risparmi, 187mila euro, in una società in realtà inesistente, promettendole una vita insieme, lontano dall’Italia. Quando la donna, dopo molti mesi, aveva scoperto di essere stata ingannata e aveva denunciato il ragazzo, lui aveva deciso di ucciderla. E l’aveva fatto con la complicità di un uomo, Roberto Obert, 53 anni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia dell’omicidio di Gloria Rosboch è la storia di una truffa organizzata con precisione e di un assassinio pianificato da Defilippi in modo da far ricadere l’intera colpa sul suo complice. Gabriele Defilippi, come emerse dalle indagini, aveva grandi capacità manipolatorie e le utilizzò per cercare complicità, crearsi appoggi e alibi. Altre persone vennero coinvolte. Fu un confronto all’americana tra i due indagati, Defilippi e Obert, a far emergere la verità su ciò che era accaduto.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2025/12/31/1767173010-Indagini-Rosboch-PT2-V3.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/rivara-torino-13-gennaio-2016-seconda-parte</guid></item><item><title>Temù (Brescia) – 8 maggio 2021 – Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/temu-brescia-8maggio-2021-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;L’8 maggio 2021 due sorelle di Temù, in provincia di Brescia, denunciarono la scomparsa della madre: era uscita per una passeggiata e dopo ore non era ancora rientrata in casa. La donna si chiamava Laura Ziliani, aveva 55 anni, le figlie Silvia, 27 anni, e Paola Zani, 19.&lt;br /&gt;
Il corpo venne ritrovato tre mesi dopo, l’8 agosto, vicino a una pista ciclabile lungo il fiume Oglio. Era stata un’esondazione del fiume a disseppellirlo.&lt;br /&gt;
Nei tre mesi tra la scomparsa della donna e il ritrovamento del corpo le indagini si erano concentrate sulle sorelle Zani e su un ragazzo che viveva con loro, Mirto Milani, 27 anni, fidanzato della sorella più grande, Silvia, ma che aveva una relazione anche con la più piccola, Paola.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In quei tre mesi, Silvia e Paola Zani e Mirto Milani avevano messo in atto una serie di depistaggi grotteschi e incredibili.&lt;br /&gt;
Dopo aver ammesso di essere gli autori dell’omicidio dissero di essersi ispirati ad alcune serie televisive: &lt;em&gt;I Borgia&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Dexter&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Breaking Bad&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;
Fu incredibile, soprattutto per la Corte d’assise e poi per quella d’appello, il motivo con cui i tre imputati tentarono di giustificare l’omicidio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I consulenti che sottoposero i tre a perizia li giudicarono totalmente capaci di intendere e di volere. Secondo i giudici che emisero la sentenza il movente non era quello raccontato dai tre ma non era nemmeno economico, come si era pensato all’inizio. L’omicidio, secondo i giudici, era stato pianificato e portato a termine per cementare la coesione del trio «con un piano cervellotico a cui le serie TV avevano offerto una forte componente di imitazione e ispirazione».&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2025/11/30/1764542727-Indagini-Temu-PT1-V3.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/temu-brescia-8maggio-2021-prima-parte</guid></item><item><title>Temù (Brescia) – 8 maggio 2021 – Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/temu-brescia-8maggio-2021-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;L’8 maggio 2021 due sorelle di Temù, in provincia di Brescia, denunciarono la scomparsa della madre: era uscita per una passeggiata e dopo ore non era ancora rientrata in casa. La donna si chiamava Laura Ziliani, aveva 55 anni, le figlie Silvia, 27 anni, e Paola Zani, 19.&lt;br /&gt;
Il corpo venne ritrovato tre mesi dopo, l’8 agosto, vicino a una pista ciclabile lungo il fiume Oglio. Era stata un’esondazione del fiume a disseppellirlo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei tre mesi tra la scomparsa della donna e il ritrovamento del corpo le indagini si erano concentrate sulle sorelle Zani e su un ragazzo che viveva con loro, Mirto Milani, 27 anni, fidanzato della sorella più grande, Silvia, ma che aveva una relazione anche con la più piccola, Paola.&lt;br /&gt;
In quei tre mesi, Silvia e Paola Zani e Mirto Milani avevano messo in atto una serie di depistaggi grotteschi e incredibili.&lt;br /&gt;
Dopo aver ammesso di essere gli autori dell’omicidio dissero di essersi ispirati ad alcune serie televisive: &lt;em&gt;I Borgia&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Dexter&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Breaking Bad&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fu incredibile, soprattutto per la Corte d’assise e poi per quella d’appello, il motivo con cui i tre imputati tentarono di giustificare l’omicidio.&lt;br /&gt;
I consulenti che sottoposero i tre a perizia li giudicarono totalmente capaci di intendere e di volere. Secondo i giudici che emisero la sentenza il movente non era quello raccontato dai tre ma non era nemmeno economico, come si era pensato all’inizio. L’omicidio, secondo i giudici, era stato pianificato e portato a termine per cementare la coesione del trio «con un piano cervellotico a cui le serie TV avevano offerto una forte componente di imitazione e ispirazione».&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2025/11/30/1764542440-Indagini-Temu-PT2-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/temu-brescia-8maggio-2021-seconda-parte</guid></item><item><title>Fossò (Venezia) – 11 novembre 2023 – Prima parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/fosso-venezia-11-novembre-2023-prima-parte</link><description>&lt;p&gt;Giulia Cecchettin, 22 anni, fu assassinata da Filippo Turetta l’11 novembre 2023. I due avevano avuto una relazione che la ragazza aveva poi deciso di chiudere. Da allora Turetta aveva esasperato comportamenti, già evidenziati prima, di controllo ossessivo, possessività e dipendenza, con costanti ricatti psicologici, minacce di suicidio, violenze verbali e in almeno un caso anche fisiche. L’omicidio, così ha stabilito la Corte d’assise di Venezia, fu premeditato e pianificato. Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione mentre sono stati esclusi il reato di atti persecutori e l’aggravante della crudeltà. È stato condannato anche per sequestro di persona, porto d’armi e occultamento di cadavere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ci sono state polemiche, dopo la sentenza, soprattutto per l’esclusione dell’aggravante della crudeltà. Ripercorrere le tappe del processo aiuta a capire perché i giudici sono arrivati a quella decisione, così come analizzare i comportamenti di Filippo Turetta prima dell’11 novembre 2023 identifica, se ancora ce ne fosse bisogno, lo schema di un fenomeno evidente.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2025/10/31/1761920071-Indagini-Fosso-PT1-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/fosso-venezia-11-novembre-2023-prima-parte</guid></item><item><title>Fossò (Venezia) – 11 novembre 2023 – Seconda parte</title><link>https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/fosso-venezia-11-novembre-2023-seconda-parte</link><description>&lt;p&gt;Giulia Cecchettin, 22 anni, fu assassinata da Filippo Turetta l’11 novembre 2023. I due avevano avuto una relazione che la ragazza aveva poi deciso di chiudere. Da allora Turetta aveva esasperato comportamenti, già evidenziati prima, di controllo ossessivo, possessività e dipendenza, con costanti ricatti psicologici, minacce di suicidio, violenze verbali e in almeno un caso anche fisiche. L’omicidio, così ha stabilito la Corte d’assise di Venezia, fu premeditato e pianificato. Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione mentre sono stati esclusi il reato di atti persecutori e l’aggravante della crudeltà. È stato condannato anche per sequestro di persona, porto d’armi e occultamento di cadavere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ci sono state polemiche, dopo la sentenza, soprattutto per l’esclusione dell’aggravante della crudeltà. Ripercorrere le tappe del processo aiuta a capire perché i giudici sono arrivati a quella decisione, così come analizzare i comportamenti di Filippo Turetta prima dell’11 novembre 2023 identifica, se ancora ce ne fosse bisogno, lo schema di un fenomeno evidente.&lt;/p&gt;
</description><pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:17:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2025/10/31/1761919237-Indagini-Fosso-PT2-V2.mp3" length="0" type="audio/mpeg"></enclosure><guid isPermaLink="true">https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/fosso-venezia-11-novembre-2023-seconda-parte</guid></item></channel></rss>